VIOLENZA OSTETRICA – COME DIFENDERSI DURANTE UNA IVG
Non ci sarà aborto sicuro finché verrà agita violenza ostetrica e ginecologica!
Un insieme di pratiche mediche e di assistenza non necessarie, non richieste, eseguite senza consenso e che causano danni fisici o psicologici alle donne e alle libere soggettività nei momenti in cui espongono la propria intimità a un processo di cura.
Chiediamo a tutt3 l3 professionist3 del mondo ginecologico e ostetrico, e a tutt3 l3 persone, cittadin3 e pazienti – a chi la agisce (più o meno consapevolmente) o potrebbe agirla , e a chi la subisce – di riconoscere il fenomeno della violenza ostetrica, di inquadrarla per contrastarla, consapevoli che si tratta di un tipo di violenza:
– di genere: la subiscono le donne in quanto tali;
– istituzionalizzata: avviene all’interno di un contesto istituzionale, pubblico e privato (consultori familiari, ospedali, cliniche convenzionate, studi…) adibito alla cura della salute della donna.
Abbiamo deciso di lanciare questo messaggio in bottiglia in occasione della giornata mondiale per il diritto all’aborto sicuro, affinché sia privo di trattamenti iniqui o abusivi, per far luce su un fenomeno tanto silente quanto diffuso, e per dotarci di strumenti di tutela e di consenso informato, per un’assistenza sanitaria scevra da giudizi e rispettosa della salute psichica e fisica dei nostri corpi.
VIOLENZA OSTETRICA – COME DIFENDERSI DURANTE UN PARTO
Sutura senza anestesia. Episiotomia non concordata. Taglio cesareo imposto o praticato senza un’informazione completa e comprensibile.
Induzioni programmate per protocollo, convenienza ospedaliera o del personale sanitario.
Pressioni, frasi umilianti. Ore di dolore e paura, spesso in solitudine. Divieti di muoversi liberamente durante il travaglio o di scegliere la posizione in cui partorire.
Neonatə allontanatə subito dopo la nascita, privando chi partorisce del contatto immediato e del diritto alla relazione. Assenza di sostegno concreto per l’allattamento, scarsa comunicazione, nessuno spazio di ascolto o di parola.
Un elenco di pratiche e atteggiamenti che non parlano di cura, ma di controllo. Di una cultura che fatica a riconoscere la piena autonomia e competenza delle persone che partoriscono. Il parto resta, per troppe, una lotta continua per l’autodeterminazione e il diritto a essere protagoniste della propria esperienza.
Accade quando il corpo che partorisce viene zittito, infantilizzato, ridotto a un oggetto da gestire.
Accade quando non viene riconosciuto il diritto di decidere, di dire “no”, di chiedere spiegazioni, di essere parte attiva del proprio parto.
Accade ogni volta che unə professionista si sente legittimatə a “fare per il tuo bene” senza ascoltarti, senza chiederti, senza considerare la tua esperienza e la tua voce come parte integrante della cura.
È in quel silenzio imposto, in quella sottrazione di potere e parola, che si manifesta la violenza ostetrica.
Parlare di violenza ostetrica significa denunciare un abuso strutturale e sistemico.
Significa ricordare che non c’è cura senza consenso, che nessun corpo che partorisce è un oggetto medico, ma un soggetto politico, con desideri, voce e diritti.
Progetto finanziato con i fondi 8X1000 della Chiesa Valdese.