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Libri, saggi e podcast possono diventare molto più che prodotti culturali: possono aprire spazi di riconoscimento, trasformare esperienze marginalizzate in discorso pubblico e contribuire alla rivendicazione dei diritti. Non semplici materiali di consumo, dunque, ma chiavi di lettura politica, capaci di spostare l’attenzione dal piano dell’esperienza individuale a quello collettivo.

Raccontare un’ingiustizia, dando voce a chi la subisce, significa riconoscere non solo discriminazioni, esclusioni e violenze, ma anche desideri, pratiche di resistenza e immaginari alternativi. Allo stesso tempo, contribuire alla circolazione di questi saperi permette di raggiungere pubblici diversi, attraversare confini geografici e culturali e portare al centro storie che raramente trovano spazio nei media tradizionali.

Interviste, conversazioni, presentazioni di libri e inchieste possono così diventare luoghi di ascolto e legittimazione, soprattutto per comunità che rivendicano diritti negati o non ancora pienamente riconosciuti. Da qui nasce la possibilità di leggere opere e formati culturali come pratiche di advocacy, memoria e cambiamento sociale.

Da questa consapevolezza è nato il confronto di un gruppo di persone che frequenta la Biblioteca Transfemminista Non è un veleno: in che modo libri, saggi e podcast possono essere letti non solo come opere culturali, ma come pratiche di rivendicazione? E quali domande aprono sui diritti, sulle disuguaglianze e sulle forme di cittadinanza ancora da conquistare?

Abbiamo voluto mettere a confronto i principi di dignità, non discriminazione e parità sanciti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea con le storie e le visioni di autrici e autori che, attraverso il proprio lavoro, interrogano il rapporto tra diritti, rappresentazione e accesso alla cittadinanza. Sono voci che abbiamo avuto la fortuna di ascoltare a Palermo grazie al progetto Crossroads e che vorremmo invitarvi ad approfondire e conoscere.

Da qui emergono tre percorsi diversi ma complementari: il lavoro di Donata Columbro sui dati e sui femminicidi; le inchieste di Angelo Boccato sulle eredità del colonialismo; e l’esperienza di Metropoliz, raccontata nel podcast Rai Metropoliz – Il museo abitato, scritto e diretto da Andrea Pistorio.

Contare non basta, ma senza contare si cancella

Parità tra donne e uomini – Articolo 23

“La parità tra donne e uomini deve essere assicurata in tutti i campi…”

Donata Columbro è giornalista, scrittrice e divulgatrice dei dati. Si occupa di cultura statistica, algoritmi e tecnologia da una prospettiva femminista e intersezionale; collabora, tra le altre testate, con SkyTG24 e Internazionale. Nel 2025 ha pubblicato per Feltrinelli Perché contare i femminicidi è un atto politico.

Il lavoro di Columbro parte da una domanda: cosa decidiamo di contare? E come? Se i dati non sono neutri, perché nascono da una scelta, quali categorie usiamo per contare, quali domande poniamo, chi raccoglie le informazioni e chi resta fuori dalla misurazione?

Nel caso dei femminicidi, contare non significa ridurre le vite a numeri, ma impedire che vengano isolate e raccontate come tragedie private. Significa soprattutto riconoscere una struttura dentro ciò che viene spesso presentato come emergenza improvvisa.

La data literacy proposta da Columbro non insegna solo a leggere i numeri, ma a riconoscere i rapporti di potere che li producono, li organizzano e ne orientano l’interpretazione. Un dato può oscurare o illuminare, semplificare o restituire complessità, rafforzare stereotipi o smontarli.

Rendere visibile la violenza attraverso i dati significa sottrarla alla narrazione dell’eccezione per chiedere politiche basate sull’evidenza. Vuol dire ricordare che la parità non è un principio astratto, ma una condizione concreta di libertà e autodeterminazione.

Decolonizzare la memoria, rileggere il presente

Non discriminazione – Articolo 21

“È vietata qualsiasi forma di discriminazione…”

Angelo Boccato è giornalista freelance italo-dominicano e vive a Londra. Nei suoi reportage e saggi si occupa di diritti umani, migrazioni, razzismo sistemico ed estrema destra. Con L’ombra lunga dell’impero, Altreconomia – 2026, intreccia giornalismo narrativo e critica sociale, dando voce a comunità migranti e afrodiscendenti.

Il suo saggio mostra come il passato coloniale non sia un capitolo chiuso della storia europea. Le sue tracce continuano ad agire nei codici giuridici, nelle rappresentazioni mediatiche, nell’idea stessa di cittadinanza.

Molte norme discriminatorie, comprese quelle che criminalizzano l’omosessualità, ancora presenti in alcuni Paesi africani, affondano le proprie radici nei codici imperiali britannici. È un passaggio che rovescia una lettura semplicistica, secondo cui tali norme sarebbero il segno dell’“arretratezza” di alcune società postcoloniali, mentre sono anche il prodotto di ordinamenti imposti dal colonialismo europeo.

Un discorso analogo riguarda l’Italia, dove l’amnesia coloniale ha permesso al Paese di rappresentarsi come meno violento, quasi estraneo alla storia imperiale europea. Rimuovere il colonialismo, però, significa lasciare intatte molte delle sue conseguenze: razzismo strutturale, concezione etnica dell’appartenenza nazionale, difficoltà a riconoscere come pienamente italiane le persone razzializzate, migranti o figlie della migrazione.

Per questo decolonizzare la memoria non significa solo ricordare, ma cambiare le categorie con cui leggiamo il presente. Il principio di non discriminazione ci chiede proprio di interrogare le radici storiche delle disuguaglianze e dei confini politici tra “noi” e “loro”.

Una fabbrica abitata, un museo che protegge

Dignità – Articolo 1

“La dignità umana è inviolabile. Essa deve essere rispettata e tutelata.”

Andrea Pistorio è autore e produttore radiofonico per RAI Radio1. Nei suoi audio documentari racconta luoghi, comunità e conflitti urbani, intrecciando ricerca documentaria, testimonianze e impegno sociale. Dopo Lago – Veleni e resistenza, ha scritto e diretto per RaiPlay Sound Metropoliz – Il museo abitato, dove ricostruisce la storia di un’ex fabbrica di salumi prima occupata e poi trasformata in un museo d’arte contemporanea.

La storia comincia nel 2009, quando persone migranti e italiane in emergenza abitativa occupano una fabbrica abbandonata e costruiscono una comunità in un luogo che la città aveva dimenticato. A partire dal percorso avviato tra il 2011 e il 2012, dentro quello stabile prende forma il MAAM – Museo dell’Altro e dell’Altrove, un progetto artistico che trasforma Metropoliz in un museo abitato, dove centinaia di opere contemporanee diventano anche forma di tutela simbolica e politica.

Il MAAM non è un museo separato dalla vita, ma uno spazio vissuto da corpi, cucine, lingue, assemblee e conflitti. Qui il diritto alla casa smette di essere un principio astratto e diventa una condizione materiale di esistenza.

Ci si chiede però perché una comunità deve diventare museo per essere ascoltata? Perché il diritto all’abitare sembra più difendibile quando è circondato da opere d’arte?

La forza di Metropoliz sta proprio nel metterci di fronte al tema della crisi abitativa, ricordandoci che la dignità non può esistere senza la possibilità concreta di vivere in sicurezza, senza essere trattati come scarto urbano. Un tema che dialoga anche con il diritto all’assistenza sociale e abitativa, perché una vita dignitosa passa dalla possibilità concreta di avere uno spazio sicuro in cui vivere.

In tutti e tre i casi, la cultura non si limita a raccontare il mondo: lo interroga, ne mostra le fratture e rende visibile la distanza tra i diritti proclamati e quelli realmente accessibili. È in questa distanza che le narrazioni diventano pratica politica, spazio di memoria e possibilità di cambiamento.

I contenuti di questo articolo sono stati realizzati nell’ambito del programma di attività di “Crossroads”, progetto di partecipazione giovanile sostenuto dall’Agenzia Italiana per la Gioventù.