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É passato più di un anno dal lancio della nostra campagna Non è un veleno – il vero veleno è la disinformazione.

Tirando le somme delle azioni che abbiamo portato avanti con tenacia, ostinatezza e amore, ci rendiamo conto che la lotta che abbiamo fin qui condotto per la salvaguardia di un diritto legalmente riconosciuto dopo anni di battaglie femministe, quello all’aborto sicuro, è stata necessaria. É necessaria e deve continuare.

Noi pensiamo che ogni persona che intenda interrompere la propria gravidanza debba essere tutelata e ben informata, affinché possa prendere la propria scelta con consapevolezza. Chiunque decida di compiere una IVG la prima cosa di cui necessita è la presenza di informazioni oggettive inerenti le procedure, gli step e le tempistiche necessarie, i rischi e le eventuali controindicazioni. Ciò di cui non ha bisogno è di certo l’ostacolo imposto dal dogma religioso, sia esso a monte, come nel caso dei manifesti di Pro Vita e Famiglia,  o a valle, come nel caso degli obiettori di coscienza.

Facciamo un passo indietro. Perché nasce Non è un veleno?

Rispondere alla campagna diffusa in molte città italiane nel dicembre 2020 da Pro Vita e famiglia -onlus antiabortista italiana- era per noi un obbligo morale. I manifesti in questione contenevano il seguente slogan: «Prenderesti mai del veleno? Stop alla pillola abortiva RU-486, mette a rischio la salute e la vita della donna e uccide il figlio nel grembo».

Non è la prima volta che Pro Vita e famiglia attacca pubblicamente e per mezzo di affissioni il diritto all’aborto; ma è tornata a farlo a dicembre del 2020 in risposta alle Nuove linee guida pubblicate dal Ministero della Salute nell’agosto 2020, che hanno introdotto principalmente due novità: che la pillola Ru486 si possa assumere fino alla nona settimana (prima era fino alla sesta) e in day hospital senza obbligo di ricovero.

Abbiamo ritenuto questa campagna inaccettabile, perché dà false affermazioni prive di fondamento scientifico.

La RU-486 non è un veleno: la pillola abortiva è un farmaco, presente in Italia dal 10 dicembre del 2009, dopo l’approvazione dell’AIFA, Agenzia Italiana del Farmaco. Malgrado la onlus Pro Vita e Famiglia abbia dichiarato, in calce ai manifesti, che la loro azione fosse “finalizzata a sviluppare un dibattito plurale e la riflessione critica”, riteniamo che  le loro modalità e il loro  linguaggio abbiano molto di dogmatico.

Al fine di sottolineare la disinformazione scientifica promossa dalla onlus, che, facendo leva su paure e vulnerabilità, confonde l’opinione con i fatti, abbiamo deciso di titolare la campagna “Non è un veleno – Il vero veleno è la disinformazione”. Infatti, l’allusionePrenderesti mai del veleno? è violenta e pericolosa, è un’opinione che si fa pubblicità. È una frase che veicola informazioni false, esagerate e tendenziose.

In seguito a un’attenta valutazione supportata da un team di avvocati/e, nello specifico, in merito ai manifesti della onlus Pro Vita e famiglia, si è valutato che: falsa è la notizia che rappresenta la realtà in modo difforme con conseguente alterazione del contenuto dell’informazione che si diffonde; esagerata è la notizia che viene deformata nel suo complesso fino a cambiarne radicalmente il contenuto informativo;  tendenziosa è infine la notizia che contiene un’informazione che non è falsa di per sé, ma che è destinata a produrre un effetto dannoso per l’ordine e la sicurezza pubblica.

Per queste ragioni  abbiamo deciso di creare la contro-campagna Non è un veleno: per far sì che manifesti che non rispettano i criteri dell’oggettività propri della scienza, non appaiono più nelle nostre città, in modo tale che ogni persona possa esercitare la propria libertà di scelta senza essere fuorviata da affermazioni scorrette.

I tre livelli di azione della campagna

Abbiamo avviato la nostra campagna partendo, innanzitutto, dal lancio del nostro manifesto aperto alla sottoscrizione di realtà associative o singole/i cittadine/i. Abbiamo cercato quindi di far arrivare il nostro messaggio a un pubblico più ampio possibile, coinvolgendo dal basso cittadine e cittadini che come noi vogliono tutelare il diritto di scelta costantemente attaccato.

Il nostro messaggio ha avuto eco a livello nazionale: dalle mail alle telefonate, dal passaparola a un’azione di affissioni del manifesto Non è un veleno in diverse città italiane, e infine la diffusione sui canali ufficiali della campagna.

Abbiamo strutturato la campagna in tre diverse azioni: comunicativa, informativa e legale.

  • Comunicativa: abbiamo avviato la campagna social per creare engagement attorno ai nostri manifesti e creato contenuti informativi sui temi legati alla salute sessuale e riproduttiva. Abbiamo reso aperto e scaricabile il file del Manifesto permettendo a chiunque di poter diffondere il messaggio e ridisegnare lo spazio pubblico precedentemente occupato da contenuti disinformativi. Abbiamo lanciato la rubrica “Ho abortito e ve lo dico, senza colpa e senza vergogna” per raccogliere e pubblicare storie e testimonianze di donne che hanno ricorso all’IVG e hanno scelto di condividere con la nostra community la loro esperienza consapevole e non necessariamente vissuta in modo drammatico.
  • Informativa: abbiamo intervistato esperte ed esperti per creare informazione scientifica e puntuale a servizio della comunità: medici/che, ginecologi/e, psicologi/e, ostetriche, attiviste/i. Abbiamo lanciato una call per segnalare notizie e informazioni errate, tossiche e prive di alcun fondamento scientifico al nostro indirizzo mail: info@noneunveleno.it.
  • Legale: abbiamo esposto denuncia presso la Procura di Palermo per procurato allarme e per diffusione di notizie false, esagerate o tendenziose, atte a turbare l’ordine pubblico, affinché le autorità giudiziarie potessero verificare se la campagna sostenuta da Pro Vita e Famiglia fosse lecita. Abbiamo poi caricato il format della denuncia online, in modo tale da permettere ad ogni cittadinə, ente, associazione di depositare la stessa denuncia presso la procura della propria città. Abbiamo anche caricato le FAQ prodotte dai nostri legali per eventuali dubbi.

Cos’è successo a distanza di un anno

Ci siamo rese conto di aver creato una nuova realtà di incontro e dialogo e di aver generato una rete di realtà fino ad allora sconosciute tra loro, che è collegata da Sud a Nord da una causa: la necessità -registrata su scala nazionale- di diffondere informazioni scientifiche, corrette, verificate e attendibili, a supporto della tutela del diritto all’autodeterminazione sui propri corpi.

Abbiamo creato un archivio di contenuti informativi sul tema dell’aborto che ha potuto sopperire all’assenza di informazioni inesistenti soprattutto sui canali istituzionali, quali ad esempio il sito del Ministero della Sanità.

Abbiamo scavato negli archivi storici per ricostruire i momenti cruciali che hanno portato all’approvazione della legge 194/78, operando, inoltre, una comparazione tra i metodi di informazione odierni e quelli veicolati dai collettivi femministi che, attraverso  manifesti informativi o di rivendicazione, davano vita a gruppi di mutuo aiuto e garantivano servizi altrimenti inesistenti. Per la nostra ricerca storica il supporto dell’archivio dell’UDI Palermo è stato imprescindibile. Siamo convinte che le lotte delle donne che ci hanno preceduto debbano essere ricordate per non tornare indietro sui diritti civili con fatica conquistati.

La continuità delle nostre azioni e la qualità degli approfondimenti ci ha permesso di diventare punto di riferimento per la comunità che si interroga intorno a questi temi. Allo stesso tempo la capacità di rispondere in maniera rapida e puntuale a interrogativi, dubbi e perplessità poste dagli utenti anche in emergenza, ha dato vita a uno sportello online di aiuto.

Siamo state tra le prime promotrici di “Libera di abortire, un’iniziativa promossa da Radicali italiani “aperta a tutte le associazioni e alle persone convinte che la depenalizzazione prevista dalla legge 194/1978 non possa lasciare spazio né allobiezione di coscienza di intere strutture ospedaliere pubbliche o addirittura di intere regioni […].” Insieme a Libera di abortire, abbiamo portato le 33mila firme raccolte a seguito della diffusione dell’appello a tutela del diritto all’aborto al Ministro della Salute Roberto Speranza. I primi di dicembre siamo state ricevute dalla Segreteria Tecnica del Ministro, che ci ha annunciato l’avviamento di una istruttoria condotta di concerto con le Direzioni di riferimento del Ministero, come la Direzione Nazionale per la prevenzione sanitaria, per individuare con quali modalità realizzare le sette proposte contenute nell’appello della campagna. La Segreteria Tecnica ha mostrato interesse anche per la nostra proposta relativa ai meccanismi LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) e si è dimostrata disponibile a impegnarsi per fornire finalmente informazioni corrette e puntuali sull’accesso ai servizi di IVG.

Negli scorsi mesi abbiamo preso parte anche ad un’altra iniziativa nazionale promossa da Dati bene comune: un lavoro di rete che ha fatto emergere tutte le lacune e le inadeguatezze dei dati sull’interruzione volontaria di gravidanza pubblicati dal Ministero della Salute: non sono aperti, machine readable, riusabili, non sono “correnti” e non contengono tutte le informazioni adeguate per comprendere lo stato delle cose, agire, proporre, prendere decisioni. Per queste ragioni, insieme a tante organizzazioni e persone, abbiamo inviato una lettera aperta per sollecitare la pubblicazione di open data relativi non solo ai numeri legati all’aborto in Italia, ma anche all’obiezione di coscienza.