Parigi

Alcune città europee stanno sperimentando un modo diverso di vivere e concepire spazi e risorse urbane, dando vita a esperienze di gestione e cura collettiva. La proprietà può restare pubblica o assumere altre forme, ma il loro uso e la loro gestione dipendono da una comunità che partecipa alle decisioni e alla cura.

In questo articolo un gruppo di partecipanti alle attività di ExChange 2026 – Common Ground racconta alcuni esempi di commons e le diverse forme che questo modello può assumere.


Nel contesto urbano, i beni comuni non coincidono semplicemente con i beni pubblici. Una biblioteca comunale, un parco o una strada sono normalmente gestiti da un’istituzione pubblica. Nel concetto di commons entra un elemento ulteriore: una comunità che partecipa direttamente alla gestione di un bene o servizio, stabilisce regole, condivide responsabilità e contribuisce alla sua cura.

Con commoning si indica il processo attraverso cui una comunità crea, gestisce e mantiene nel tempo una risorsa condivisa.

A Bologna la parola “beni comuni” è entrata nel vocabolario dell’amministrazione comunale e dal 2014, i patti di collaborazione permettono a gruppi di cittadini di occuparsi insieme al Comune di giardini, piazze, scuole, spazi di quartiere. Gli interventi possono riguardare manutenzione, attività culturali o piccole esperienze di rifunzionalizzazione di spazi. Gli abitanti propongono un intervento e il Comune può mettere a disposizione strumenti o risorse. Negli anni ne sono stati attivati più di ottocento.

A cambiare è soprattutto il rapporto tra cittadino e amministrazione, chi vive la città partecipa alla cura di una risorsa e condivide con il Comune una responsabilità.

Nel centro di Napoli, invece, il principio è nato da un conflitto: L’Asilo, uno spazio pubblico dedicato alla produzione artistica e culturale, autogovernato da una comunità attraverso pratiche di gestione condivisa e partecipata, ha sede nell’ex Asilo Filangieri. Dentro ci sono sale prove, spazi per il teatro, una biblioteca, laboratori, un orto.

Nel 2012 un gruppo di lavoratori e lavoratrici della cultura entra nell’edificio. Le attività e l’uso degli spazi vengono decisi attraverso assemblee pubbliche, secondo una Dichiarazione di uso civico e collettivo urbano elaborata dalla comunità e recepita dal Comune nel 2015. L’edificio resta di proprietà comunale, mentre la gestione è esercitata attraverso gli organi di autogoverno previsti dalla Dichiarazione.

A Barcellona, nel quartiere di La Bordeta, Can Batlló è un vasto ex complesso industriale rimasto per anni in attesa di trasformazione. Nel 2011, dopo una lunga mobilitazione, il Comune cede alla piattaforma di quartiere un primo capannone, il Bloc Onze, avviato all’autogestione.

Oggi negli ex capannoni ci sono una biblioteca, officine, spazi per associazioni, attività culturali, laboratori. Intorno sono cresciuti altri progetti cooperativi, mentre nuovi spazi sono stati ceduti e riabilitati nel tempo attraverso il lavoro collettivo. Più che un progetto urbano concluso, è un’infrastruttura che continua a cambiare mentre viene abitata.

A Berlino, vicino ad Alexanderplatz, la Haus der Statistik è invece un grande complesso costruito nella Germania Est, rimasto quasi vuoto per anni. Nel 2015 era destinato alla vendita e alla demolizione, ma artisti, architetti e operatori culturali hanno iniziato a immaginare un’alternativa.

Oggi l’area viene trasformata attraverso una collaborazione tra enti pubblici, società municipali e una cooperativa della società civile. Il progetto comprende uffici pubblici, abitazioni e spazi per attività culturali, educative e sociali. L’assegnazione degli spazi segue criteri che includono il valore sociale, l’orientamento al bene comune e la capacità di cooperare con gli altri soggetti del quartiere.

Nel Community Land Trust Brussels chi acquista una casa non acquista il terreno su cui è costruita: il suolo resta alla fondazione. Quando l’abitazione viene rivenduta, il prezzo viene calcolato secondo una formula che riconosce al proprietario solo una parte dell’aumento di valore, così da mantenere l’alloggio accessibile nel tempo. Ma il valore del suolo resta legato a una finalità collettiva. In questo caso il commons non è una piazza né un edificio aperto al pubblico, ma il suolo stesso.

I commons possono avere anche dimensioni molto più piccole. A Parigi esistono, per esempio, oltre 150 giardini condivisi sostenuti dal programma municipale Main Verte.

Associazioni di abitanti possono prendere in gestione un lotto vuoto, una striscia di terra lungo una strada, uno spazio residuale tra due edifici su terreni comunali, di edilizia sociale o ferroviari, e trasformarlo in un jardin partagé. La proprietà resta dov’è, ma cambia la relazione con lo spazio.

Chi vive nel quartiere coltiva, organizza attività, stabilisce collettivamente le regole di funzionamento e ne garantisce l’apertura. 

Una forma diversa di cura condivisa riguarda persino le panchine. Con Adoptez un banc, al Jardin des Tuileries, cittadini e gruppi possono contribuire al restauro o alla riproduzione degli storici arredi in ghisa. In cambio, una piccola targa lega simbolicamente il donatore alla panchina per dieci anni, senza modificarne l’uso pubblico. Non cambia la proprietà dello spazio, ma si distribuisce parte della responsabilità per la sua conservazione.

Un’aiuola, un terreno residuale o una panchina diventano così qualcosa di più di semplici elementi dello spazio pubblico, sono occasioni attraverso cui cura materiale e relazioni con i luoghi possono essere condivise.

Un piccolo giardino può avere un peso trascurabile nella mappa immobiliare della città e diventare allo stesso tempo uno dei pochi posti in cui persone che abitano a pochi metri di distanza finiscono realmente per conoscersi.

I commons introducono un’altra logica nella città, mostrando che alcune risorse non possono essere valutate soltanto sulla base di quanto rendono, di chi ne possiede il titolo o di chi paga per usarle.

Nella pratica del commoning condividere significa occuparsi delle cose: aprire un giardino, convocare un’assemblea, scrivere regole, mediare un conflitto, decidere usi e condizioni di accesso. È una pratica non priva di tensioni, che mette in discussione la separazione netta tra pubblico e privato, amministrazione e mercato.

Non esiste una formula unica per costruire un urban common. Cambiano le forme di proprietà, le regole e i soggetti coinvolti; ricorrono invece una risorsa condivisa, una comunità e un insieme di pratiche e regole per governarla.

A volte prende forma attraverso un patto con il Comune o una cooperativa; altre esperienze cominciano con un’occupazione o, più semplicemente, con un pezzo di terra abbandonato e rigenerato insieme.