Doña-Teresa

L’arrivo a Puerto Valdivia 

“Pronto Catalina, ci sono degli amici italiani che vorrebbero conversare con alcune donne colombiane: li porteresti a conoscere tua madre? Perfetto, ci organizziamo domani, grazie”.
Con queste poche battute, Edward, nostro compagno e contatto qui a Medellìn, ci serve l’occasione di riporre camere ed equipaggiamento tecnico negli zaini e partire in direzione nord. Solcare la cordigliera centrale, arrivare fino al Rìo Cauca e strisciare dentro la selva per andare a conoscere Doña Teresa e le centinaia di campesinos che vivono lì. Il piano suona bene e non ce lo lasciamo ripetere due volte.
Durante il lungo e tortuoso percorso il nostro mezzo non scende quasi mai sotto quota 2000 metri. Attorno a noi l’acqua sgorga da qualsiasi anfratto e una natura violenta, forse affetta da qualche forma di gigantismo. L’invadente presenza ci porta a pensare che un domani, se come spesso si sente l’acqua sarà probabile motivo di conflitti globali, la Colombia potrà fortemente dire la sua.
A proposito di acqua, arrivati a Puerto Valdivia ci rendiamo immediatamente conto di come da queste parti sia già motivo di conflitto, ancorché soltanto a livello locale sembra già avere grandi dimensioni sul piano umano e sociale. Ci si para davanti un paesino nato sulle sponde di una delle vie fluviali più importanti e imponenti di tutta la nazione, insediamento prettamente mercantile. Negli anni salito alla ribalta delle cronache anche per numerosi attacchi armati e per una corposa e presente guerriglia.
Il simbolo di tutta la zona è sempre stato lo storico ponte che univa le due sponde del villaggio, sospeso tra le forti acque del Rìo Cauca, e che ha permesso per la prima volta di passare dalla zona atlantica a quella interna del paese. Del ponte oggi resta un ammasso informe di macerie. Fu distrutto il 12 Maggio scorso, travolto da una piena del fiume. 4 giorni dopo venne travolto l’intero paese, questa volta non dal fiume, ma da un’ordinanza che ne imponeva l’evacuazione totale e immediata. Link: Mappa Puerto Valdivia

La gente che incontriamo ci racconta che il fiume non era mai stato motivo di difficoltà, ma sempre e solo grande risorsa, almeno fino all’arrivo dell’impresa nazionale EPM e del loro grandioso (quanto fallimentare) progetto Hidroituango. La costruzione di una centrale idroelettrica che nei sogni degli imprenditori avrebbe dovuto soddisfare quasi il 20% della richiesta energetica dell’intero paese. Ad oggi ha portato solo dolore, ingenti perdite economiche ed una crisi umanitaria dai contorni spaventosi. (Se volete approfondire, vi rimandiamo ad un articolo della BBC: http://www.bbc.com/mundo/noticias-america-latina-44160611).
Capiamo subito il perché lo chiamino tutti “il paese fantasma”, tra il fango e le macerie incontriamo Roger, un ragazzetto dallo sguardo sveglio e di pochissime parole, ci ronza attorno con la sua bicicletta, si propone informalmente come guida per farci fare un giro di ciò che resta attorno alle sponde del fiume. La gente del luogo ci racconta i contorni paradossali di ciò che successe quel 12 Maggio. Un preavviso pubblico di appena 45 minuti, prima che la furia dell’acqua travolgesse e spazzasse via qualsiasi cosa le si parasse davanti. 45 minuti! Sufficienti appena a scongiurare morti e feriti, ma a nient’altro. Vite distrutte, intere famiglie nate e cresciute lì ora si trovano sparigliate su tutto il territorio, in sistemazioni precarie offerte al momento dall’amministrazione locale. Chi ha deciso di restare, di opporsi all’esodo, oggi sembra un vagabondo in un purgatorio, così è anche per Roger: ci mostra le macerie, mastica fiducia nel futuro. Passiamo davanti quella che un tempo fu la scuola del posto, la sua scuola. Sembra che tutti i suoi compagni e amici siano stati mandati altrove e ci lascia con un’acida speranza che non abbiamo la voglia di uccidere: “pués, un dìa iràn a volver” (n.d.r un giorno torneranno).

Dias en la Finca

Arrivano le bestie, 6 tra mule e cavalli. Con la goffaggine che contraddistingue tre europei, con zaino in spalla e chitarra scomoda a tracolla iniziamo la risalita. Una mula è dedicata al trasporto merci: qui ogni occasione deve essere sfruttata per portare beni nella Vereda (insieme di fincas, fattorie locali). Trasporta un vecchio computer e libri da aggiungere alla piccola biblioteca che Catalina vuole organizzare. Dopo più di mezz’ora arriviamo a destinazione accolti da un applauso.

Capire le dinamiche della finca non è semplice. Una sola certezza: Doña Teresa gestisce tutto come una madre della comunità. Oltre a lei vivono qui Jaime, il suo compagno; Kelly, una ragazza madre di Jocelyn, bambina di una bellezza disarmante di due anni o poco più ed altre due ragazzine, sorelle di Kelly. In questi giorni c’è pure Alejo, un antropologo di 43 anni che ci racconta in maniera perfetta la storia colombiana degli ultimi cento anni. Intorno alla finca ruota sempre gente: è un punto di passaggio e di riferimento per gli abitanti di tutta la Vereda. Ci sono fattorie ancora più lontane: la distanza qui si misura in ore di mulo per arrivarci. Kelly cucina mentre Doña Teresa e Jaime sono intenti a sbrigare faccende di casa e di comunità. Il clima è caldo ma sopportabile. Un’altra certezza è che ogni pomeriggio, intorno alle 17 in punto, inizia a diluviare: gli stivali che abbiamo comprato prima di venire sono effettivamente un bene primario.

Date le condizioni climatiche e non volendo sembrare troppo invasivi chiacchieriamo con Doña Teresa e pianifichiamo l’intervista per l’indomani. Andiamo a dormire alle 21 distrutti come se avessimo condotto vacche al pascolo. La mattina seguente, alle 6, siamo già in piedi. Il canto del gallo è prontamente sostituito dalle urla di una scrofa che sta per essere macellata. In questo caso non c’è bisogno di posporre la sveglia, si spegne da sola con lo spegnersi della vita della bestia. Ci alziamo e subito viene richiesto il nostro aiuto. C’è da alzare la scrofa per pesarla. La finca ti mette alla prova sin dalle prime luci dell’alba. Riusciamo (a dirla tutta il nostro aiuto non è che sia stato determinante) ad agganciare la bestia alla bilancia: 174 kg, bingo.

Il sacrificio non è invano: sarà parte del banchetto per la festa che si terrà domani in una finca a 1h/mulo da qui. Le parti meno nobili dell’animale, interiora e chicharrón, vengono subito cotte e servite durante il pranzo.

L’intervista a Doña Teresa è emozionante. È un simbolo vivente di resistenza e resilienza alle prove dure che questa terra ti pone davanti.

Questa terra contiene una quantità di risorse naturali inestimabili, ma come sempre a gestire tutto è la solita cricca di potere fatta di pochissime persone. La Colombia è un paese in guerra da 50 anni. Non è però una guerra tradizionale: da un lato c’è lo stato, che si è servito di gruppi paramilitari per compiere azioni inumane. Dall’altro ci sono gruppi di guerriglia, il più famoso sono le FARC. Attorno a tutto ciò ruotano i narcotrafficanti, a volte più vicini da un lato, a volte dall’altro, ma con un semplice obbiettivo: far passare quanta più cocaina possibile verso nord e verso est e fare soldi a palate sulle spalle dei più deboli. I più deboli in questo caso sono i campesinos, contadini che hanno visto nella coltivazione di pianta di coca la via più semplice per garantirsi la sussistenza. Spiegare il conflitto è molto complesso: in questo momento siamo in una fase di post-accordo tra lo stato e le FARC. Quest’ultime, eccetto alcune sacche di resistenti, hanno consegnato le armi sicuri che gli accordi potessero essere implementati. I narcos hanno subito una pesante botta negli anni novanta, in una fase che è costata la vita a migliaia e migliaia di persone. Qui i campesinos convivono da anni con i gruppi armati di ogni parte del conflitto. Doña Teresa sta al centro di questi fuochi per il suo ruolo di leader della comunità. Conosce bene i capi paramilitari e i capi guerriglieri. Cerca sempre di vedere il lato umano che c’è in loro. Nonostante ciò è stata minacciata diverse volte, senza mai gettare la spugna e continuando il suo sforzo per il rafforzamento delle donne e dei campesinos della regione.

 

Ci racconta che nelle montagne qui intorno continuano a esserci gruppi armati al momento “inattivi”, ma che non c’è da preoccuparsi perché sanno che siamo qui, li ha avvisati lei stessa per far in modo che fossero al corrente e non accadesse nulla.

Intanto continua la pioggia, rivolta la terra e la trasforma in fango. Domani è festa, non si lavora. So già che l’h/m che affronteremo sarà intensa.

La Fiesta

Due giorni e il ritmo biologico della finca ti penetra nelle ossa. Alle 6:30 in piedi, colazione di arepas (frittelle di mais), uova e formaggio di produzione propria. Don Jaime e Alejo preparano le bestie. Dona Teresa le assegna a ognuno di noi con fare da capo cantiere. Alejo apre la fila, dopo salite nel pantano e qualche piccolo guado arriviamo al luogo in cui si terrà la festa. Un grande campo più o meno piano con due porte da calcio, una casupola, e una tettoia precaria. Alcune donne iniziano a preparare la sopa de sancocho che verrà offerta ai partecipanti, altre iniziano a preparare empanadas che verranno invece vendute: in questa zona non sono molte le occasioni per fare economia. Gli uomini si dividono tra l’organizzazione del torneo di calcio (molto sentito da queste parti, quasi fosse la Champions League delle veredas) e la sistemazione del bar. Facciamo giocare i bimbi che già mostravano chiari segni di noia. Com’è facile immaginare, si conoscono tutti. Doña Teresa ci presenta come membri della cooperazione internazionale venuto per conoscere la vita dei campesinos. Segue poi dando informazioni su un progetto di conversione delle colture finanziato dall’ONU. È una zona in cui notoriamente si coltiva coca: è la coltivazione più redditizia, sebbene non permetta a chi la coltiva di migliorare la qualità della vita della famiglia. Non si possono biasimare: la produzione di coca è fonte di vita, senza alternative si continua a produrre questo. Non sono i responsabili del traffico, vendono semplicemente con le pistole puntate ai protagonisti del triello alla messicana: stanno in mezzo ai Clint Eastwood, Eli Wallach e Lee Van Cleef di turno.

Dopo che Doña Teresa chiede gentilmente agli uomini di consegnare i machete la festa inizia, le prime birre e l’aguardiente volano velocemente. Iniziano contemporaneamente il campionato e le danze. Doña Teresa apre le danze: quando “el italié” inizia a ballare, come legge del contrappasso, alle nostre riprese con camera fatte in precedenza rispondono tutti premendo REC sui propri telefoni.

La sopa è buona, i primi segni di ebbrezza si manifestano, mentre gli uomini iniziano a preparare il campo per la lotta tra galli (che non si terrà per intervenuta oscurità). Si fa tardi, dobbiamo tornare alla finca prima che faccia buio. O almeno dovremmo. L’ora che segue è piuttosto inaspettata: Alejo e Catalina davanti, chiude la carovana Fercho, altro fratellastro di Catalina che sembra un caratterista dei film di Sergio Leone. Discendere per svariati chilometri in mezzo al fango su un cavallo, nel buio pesto, con i lampi all’orizzonte, non è impresa alla quale siamo abituati. Unica via: seguire i consigli di Fercho su come condurre un cavallo in discesa nel fango. Si giunge a destinazione, un paio di ron e si va a letto.

La sveglia sempre la stessa, il pappagallo Roberto e i galli fanno il loro lavoro. Baci e sinceri abbracci alla famiglia della finca, foto di rito e giù (stavolta a piedi) verso Puerto Valdivia. Mezz’ora di fango e sudore ed è fatta. Mauricio ci riporta nella selva urbana di Medellin. L’avventura è finita, andate in pace, que viva El campesino!