Perché contare i femminici è un atto politico
“Anche questo è femminismo: non sentirsi sole con il proprio foglio Excel, ma parte di qualcosa di più grande, scriversi, condividere, perché ci si rende conto che se una volta non saremo noi a raccogliere una storia e raccontarla, sarà un’altra sorella a farlo, e che per ogni vittima possiamo salvare una donna che si riconosce in una storia di abusi e violenza. Questa è la forza derivante dal capire che si tratta di un lavoro in cui le emozioni sono profondamente coinvolte: non metterle da parte, ma usarle”.
Con questa citazione tratta dal saggio di Donata Columbro si può forse riassumere lo spirito dell’incontro dedicato al libro ‘Perché contare i femminicidi è un atto politico’, Feltrinelli Editore.
Ieri, insieme alla comunità di lettor3 della Biblioteca Transfemminista Non è un veleno, ci siamo confrontat3 su cosa significa contare i femminicidi, interrogandoci sulle scelte politiche e sui modi di misurare il fenomeno che rendono visibile, o invisibile, la violenza di genere.
Abbiamo conosciuto più da vicino il lavoro portato avanti da collettivi femministi, associazioni e centri antiviolenza che dal basso danno vita a contro-archivi e raccolte indipendenti sulla violenza patriarcale; chiudendo l’incontro con un concetto che attraversa tutto il libro: la cura che sta nella costruzione di questi archivi.
Contare è prendersi cura della memoria e delle storie che quei dati custodiscono.
Grazie Donata per averle condivise con noi.
L’iniziativa è parte del programma di attività di “Crossroads”, progetto di partecipazione giovanile sostenuto dall’Agenzia Italiana per la Gioventù.