“We are invisible”. La “non vita” dei migranti dei CAS in una lettera

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Siamo i migranti che risiedono in alcuni dei CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria) della Provincia di Palermo. Veniamo da diversi paesi, Gambia, Mali, Nigeria, Costa d’Avorio, Senegal, Guinea Conakry, Sierra Leone, Bangladesh, ma oggi la nostra voce è una sola. Siamo grati di essere stati accolti dall’Italia dopo il lungo viaggio che abbiamo dovuto affrontare, ma oggi scriviamo fianco a fianco questa lettera per parlarvi della nostra difficile condizione.

Siamo andati via dai nostri paesi per fuggire dalla sofferenza e veniamo in questo paese per trovarne di nuova, anche se è un altro tipo di sofferenza: c’è un qualche ragionamento distorto alla base di questo. Viviamo in questi CAS, spesso in posti completamente isolati, con tanti, troppi problemi. Molti di noi si trovano in questi centri da più di sette mesi, mentre sappiamo che non dovremmo restare così tanto in centri di accoglienza “straordinaria”. Chiediamo di essere ascoltati.

I tempi per avere i nostri documenti sono infiniti. In questi tempi lunghi non sappiamo cosa aspettarci e siamo molto confusi sulla nostra condizione. Spesso non si riesce neanche a fissare la data del primo appuntamento in questura per la richiesta d’asilo. Anzi, a molti non viene neanche spiegato cosa sia, l’asilo: tu puoi essere stato perseguitato per ragioni politiche o religiose, puoi essere omosessuale, ogni caso andrebbe trattato con la giusta attenzione. La lentezza nel rilascio dei documenti ci rende molto preoccupati e incerti sul nostro futuro, mentre noi vogliamo solo sapere la verità e che qualcuno ci spieghi cosa stia accadendo, invece di evitarci e rimandare sempre a domani.

Cosa fare se stai in un centro da un anno e tre mesi, non hai i documenti né informazioni, non hai lavoro e se stai male non hai la cure specifiche? Se quando hai bisogno di qualcosa di fondamentale ti viene risposto di andartene se non ti piace il posto dove stai? Siamo richiedenti asilo, dove dovremmo andare? Un centro di accoglienza dovrebbe accogliere e aiutare: che senso ha tutto ciò? In alcuni casi veniamo anche minacciati: ci dicono che non avremo i nostri documenti se continuiamo a lamentarci. Se chiediamo più informazioni, capita che veniamo cacciati via, anche fisicamente. Vieni qui per chiedere la libertà, ed ecco che la tua mente si riempe di stress per condizioni di vita impossibili. Nei nostri paesi avevamo tanti problemi, ma almeno sapevamo cosa dovevamo affrontare. Il non sapere è terribile.

Durante questa attesa, le condizioni di vita sono degradanti per la persona umana. In uno dei CAS l’acqua viene aperta solo due volte al giorno, per un’ora, ed è sempre fredda. Se ci serve l’acqua in altri momenti della giornata dobbiamo prenderla noi stessi dalla cisterna, dove l’acqua è putrida e maleodorante, non va bene neanche per gli animali…e noi siamo essere umani. Altro problema è il cibo: vorremmo almeno avere la possibilità di cucinarci da noi. In un altro centro, non ci danno neanche i vestiti necessari, e molti di noi arrivano qui direttamente dal porto di Palermo, senza niente. I vestiti che abbiamo ci sono stati dati da altri fratelli che erano nel centro da prima di noi. Ma è quasi novembre, qui in montagna fa freddo, e molti di noi hanno ancora le infradito. In un altro centro ancora, quando è venuta la polizia per i controlli della struttura, gli abbiamo detto che c’è freddo, che dormiamo vestiti e non c’è il riscaldamento: c’è stato risposto che in Africa non abbiamo il riscaldamento. A chi rivolgersi per segnalare delle ingiustizie?

Da maggio la scuola d’italiano non c’è stata mai, solo adesso da qualche giorno abbiamo le lezioni. I pochissimi di noi che parlano italiano l’hanno imparato in un centro per minori, dove però non gli è stata fissata neanche la data del primo appuntamento in questura. Chi arriva in questi posti dai centri per minori, non capisce perchè l’assistenza che gli viene riservata fino a quando è considerato minore, si trasforma in abbandono compiuti i 18 anni. Chi è stato portato direttamente dal porto, pensa che la Sicilia sia tutta boschi, tanto sono isolati alcuni di questi centri, e gli unici italiani che ha mai visto sono gli operatori. Vogliamo studiare, vogliamo lavorare, vogliamo parlare con la gente, vederla quantomeno. Qui siamo invisibili. Abbiamo tante cose da fare, siamo giovani e dobbiamo continuare a vivere, non possiamo sprecare le nostre vite qui ad aspettare.

Oggi, tutti uniti, chiediamo dunque:

− di avere i nostri documenti e che la procedura della richiesta di asilo sia velocizzata: non possiamo aspettare 11 mesi per un appuntamento in questura;

− che i nostri diritti vengano rispettati: non chiediamo tanto, solo di essere trattati come esseri umani all’interno dei centri, di essere ascoltati, e che vengano assicurati i servizi che ci spettano di diritto;

− di essere trasferiti in altri centri che ci possano garantire tutto questo e migliori condizioni di vita.

Migranti dei CAS della Provincia di Palermo

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To the Prefect, the Questore and all Italian citizens,

We are migrants living in some of the CAS (Extraordinary Reception Centres) in the Province of Palermo. We come from many countries – Gambia, Mali, Nigeria, Ivory Coast, Senegal, Guinea Conakry, Sierra Leone, Bangladesh – but today we speak with one voice. We thank Italy for having taken us in after the long journey we had to make, but today we are writing this letter together so as to tell you about our difficult situation.

We left our countries fleeing from suffering, but in this country we have only found it yet again, even if it is another kind of suffering: there is some kind of perverse reasoning beneath all of this. We live in these CAS, frequently in totally isolated places, faced with many, too many problems. Many of us have been in these centres for more than 7 month, while we know that in truth we are not meant to remain in “extraordinary” reception centres for so long. We ask to be listened to.

The time we have to wait for our documents is seemingly endless. In this period, we do not know what awaits us, and we are perplexed about our situation. Frequently not even the date for the first appointment in the Questura, so as to give our fingerprints and request aslyum, has been set. Indeed, many people have not even been told what asylum is: that you may have been persecuted for political or religious reasons, or for being gay, and that each case will be treated with the appropriate attention. The incredibly slow pace in receiving documents leaves us extremely worried and unclear about our future. We simply want to know the truth, and for someone to tell us what’s going on, instead of avoiding us and always telling us to wait till tomorrow.

What can you do, waiting in a centre for a year and three months, without documents nor information, if you don’t have work, and if when you are sick there is no appropriate care? If, when you ask for something you really need, you are simply told to get out of here, if you do not like where you are? We are asylum seekers: where are we meant to go? A reception centre should welcome and help people. What’s the point in it otherwise? In some cases we gave even been threatened that if we complain, we will not receive any documents. If you ask for more information, they ignore you or drive you out, even physically. You come here to find freedom, and instead your head is filled with stress through frankly impossible living conditions. In our countries we had many problems, but at least we knew how to confront them. Here, it’s the not knowing which is so terrible.

During this waiting period, the living conditions are degrading for a human being. In one of the CAS the water is switched on only twice a day, for one hour each time, and it is always cold. If we need water at other times of day, we have to take it from the cistern, where the water is putrid and stinks, and not good enough even for animals… and we are human beings. Another problem is food: we only ask that we are given the possibility of cooking for ourselves. In another centre, they do not give us appropriate clothes, and many of us arrived here directly from the port of Palermo, with literally nothing. The clothes we have were given to us by other brothers who were in the camp before us. But is is almost November now, and it is cold up here in the mountains, and many of us are still in flip-flops. In another centre still, when the police came to check the building, we told them how cold it is, that we sleep with all our clothes on, that there’s no heating. The response was that we don’t have heating in Africa. Who can you turn to, to flag up this kind of injustice?

From May till now, there was no Italian school in the camps; lessons have begun only in the last few days. The very few of us who speak Italian learnt it in camps for minors – but there, however, the first appointment in the Questura was never made. Whoever is brought to the CAS from the centres for minors do not understand why the assistance which was given to them before, when they were considered underage, turns in a total abandonment as soon as they turn 18. Whoever is brought here directly from the port thinks tahat Sicily is made up only of forests, that’s how isolated these centres are. And the only Italians that they will have seen are the camp’s workers. We are invisible. We want to do so many things, we are young and want to continue to live our lives, not waste our lives away waiting here.

Therefore today, all together, we ask:

− for our documents, and that the procedure for requesting asylum be sped up: we cannot wait 11 months for the first appointment in the Questura;

− that our human rights are respected: we do not ask much, only to be treated as human beings in the camps, to be listened to, and to be ensured the services to which we are entitled;

− for the most isolated to be transferred to camps which can guarantee the above, including better living conditions.

Migrants in the CAS in the Province of Palermo.