The Sound Of Silence racconta: Escuchar la esperanza

Ed eccomi dinnanzi alla finestra della mia camera di Medellín ad osservare  le mille luci arancioni  di questa città incantata, che dalla valle Aburrà si aggrappano alle montagne, a migliaia; però, oltre  quelle migliaia di luci ci sono altri barrios, altri abitanti, altra vita che da qui, soprattutto di notte, non si riesce a scorgere…

Quando circa un mese fa sono arrivata a Medellín non conoscevo quasi nulla di questa città, ad eccezione di ciò che viene presentato dalla cronaca internazionale, il suo cartello guidato da Pablo Escobar e l’arte di Botero. Oggi, sto cercando di conoscerla attraverso le sue mille contraddizioni, tentando di comprendere la sua gente. Perché è la gente che fa le città, e a Medellín è ancora più difficile rispetto ad altre città comprenderla,  in quanto la gente vive la propria vita non nel centro della capitale antioqueña ma in quelle strade che costeggiano un cimitero, la Minorista o una stazione metro. La persona é il territorio e per esso si intende la familia, l’hogar, il barrio e poi tutto il resto, che io definirei “contorno del contesto”. È il barrio, forse, l’elemento più impattante, con una connotazione totalmente differente da quella che può avere qualsiasi quartiere europeo; qui nel barrio ci nasci, ci cresci e spesso ci muori e tutto  può accadere molto in fretta. Il progetto “The sound of silence: comunicare contro la violenza di genere”, mi ha portato nel barrio San Pedro, conosciuto come Lovaina, dove ha sede la Corporaciòn  Amiga Joven, a vivere la gente del luogo, tra un “taller” con i bambini o un “conversatorio” con donne adulte, dove poter  ascoltare i loro racconti. Racconti quasi desnudi e crudi, di donne e bambini spesso sgualciti dalla vita, recepiti dal pubblico con naturalezza. E questo lo percepisci quando una ragazza durante un’attività d’educazione non formale rappresenta in una scenetta l’assassinio del padre, o quando durante un taller cui tema è la violenza sessuale, un bambino di 11 anni racconta come la madre della sua amichetta l’abbia venduta ad un passante per una notte per qualche pesos. E il pubblico è lì, immobile e incapace di lasciar trapelare emozioni, come se tutto fosse appunto naturale: una naturalezza tagliente a cui ancora non sono riuscita ad abituarmi, probabilmente mai mi  abituerò e forse è positivo, chissà.

La gente del barrio è come se avesse una corazza dalla quale non far trapassare il dolore. Poi però c’è un’altra faccia della città, forse non compatibile con la prima o forse si. Una Medellín ricca eventi culturali, dove a volte ti trovi in stato confusionale sulla scelta, dove il tempo a disposizione non è mai abbastanza per riuscire a fare tutto quello che la città ti offre, una città gremita di movimenti sociali e un barrio o forse molti, popolati da gente che non perde mai il sorriso, nonostante le bruttezze della vita; bambini curiosi e pieni di vitalità, gente resiliente, re-attiva, votata al cambiamento, che ama conoscere e riscrivere la loro storia attraverso la memoria della loro identità e ancora gente con il cuore colmo di speranza che lotta per riscattarsi e da cui  resta sempre troppo da apprendere!