Perché dovremmo interessarci di chi lotta per l’ambiente in America Latina?

di Fabrizio Cacciatore e Epifania Lo Presti

Ambiente, economia e politica (governativa e non) sono, in un continente come quello latinoamericano, strettamente correlate. Un continente che, per come lo conosciamo oggi, è sorto sulla base di una sopraffazione prima fisica poi economica, con l’imposizione della forza da parte dei conquistadores. Forza e violenza che – sin dai tempi della colonizzazione – si ripresenta in vari contesti e in forme differenti, ma accomunata da una stessa linea di principio: l’ambiente va spremuto, e con esso quanti lo proteggono. Livelli di violenza elevati si sono sedimentati in alcuni Paesi, e le uccisioni di leader sociali sono all’ordine del giorno.

Solo nell’ultima settimana e nel giro di 48 ore, sono stati brutalmente assassinati altri due difensori dell’ambiente e delle popolazioni indigene. Maxciel Pereira dos Santos, in servizio per oltre 12 anni presso l’organo del governo brasiliano che si occupa delle politiche di protezione degli indigeni (FUNAI) e attivista ambientale nella lotta contro le invasioni illegali di cacciatori di risorse, taglialegna e cercatori d’oro nella riserva di Vale do Javari, sede della più alta concentrazione mondiale di tribù indigene incontattate, è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco mentre era alla guida di una motocicletta lungo la strada principale di Tabatinga, nella foresta pluviale amazzonica al confine tra Brasile, Colombia e Perù. In una dichiarazione, l’INA, il gruppo sindacale che rappresenta i lavoratori dell’agenzia FUNAI, ha spiegato che le prove del suo omicidio sarebbero da ricercare nel ruolo avuto come difensore dei diritti umani. Stessa terribile fine quella di Diana Isabel Hernández Juárez, docente e coordinatrice della pastorale del creato della parrocchia di Nostra Signora di Guadalupe, lungo la costa sud del Guatemala, uccisa mentre partecipava a una processione nella sua parrocchia di Monte Gloria, a Santo Domingo. L’ennesima donna che per aver dedicato gran parte delle sue energie nella coraggiosa difesa dell’ambiente ha perso la vita in America Centrale.

In alcuni Paesi i governi applicano una politica di facciata, tanto nei confronti dei popoli indigeni quanto della tutela ambientale, promulgando leggi e regolamentazioni speciali, de facto tramite concessioni a multinazionali a basso tasso etico, e permettendo al contempo uno sfruttamento sconsiderato delle risorse, che a cascata comporta problematiche ambientali e causa eventi catastrofici che distruggono intere regioni (caso dell’Hidroituango in Colombia; crollo diga di scarti minerari in Brasile). A pagarne le spese sono il più delle volte popoli indigeni, campesinos e poveri delle periferie urbane.

Nell’ultimo periodo i potenti non usano nemmeno più fare discorsi di facciata. Bolsonaro, per esempio, non ha mai nascosto la scarsa considerazione verso le minoranze indigene che vivono in Brasile: “Dobbiamo costruire un Paese per la maggioranza e le minoranze devono piegarsi alla maggioranza – aveva dichiarato in uno dei comizi della sua campagna elettorale – Quindi o le minoranze si adeguano o, semplicemente, che spariscano!”. Ma in tanti sono disposti a lottare, come i circa 4 mila leader indigeni e attivisti per i diritti umani che, alla fine dello scorso aprile, si sono radunati all’incontro annuale “Accampamento Terra Libera” e hanno denunciato le scelte politiche del presidente Bolsonaro e l’aggressività di latifondisti e multinazionali. “Abbiamo resistito ai colonizzatori che ci hanno decimato, all’impero che ha voluto civilizzarci e alla dittatura che ci ha assassinati, resisteremo anche al fascismo!” ha gridato Sonia Guajajara, leader del popolo Guajajara e prima candidata indigena alla vice-presidenza del Brasile, durante la conferenza stampa di apertura dell’incontro.

Gli stessi governi poi firmano accordi come quello appena siglato a Leticia, per la cooperazione nella prevenzione di disastri naturali in Amazzonia: conoscendo le politiche interne di alcuni di loro (Colombia e Brasile tra tutti), sembra una palese azione di lavaggio di coscienza nei confronti della comunità internazionale. Le logiche del profitto, dello sviluppo e della crescita economica a tutti i costi distruggono visioni e cosmogonie proprie di popoli indigeni (buen vivir) e di comunità che da secoli vivono in armonia con l’ambiente che li circonda.

L’America Latina è nota per lo spirito rivoluzionario e combattivo che negli ultimi 150 anni ha attraversato a fasi alterne tutti i Paesi. Questo spirito non si è arrestato: quotidianamente ci sono milioni di difensori dei diritti umani e dell’ambiente che si mettono di traverso, rappresentando una spina nel fianco per governi corrotti e multinazionali senza scrupoli.

La lotta di questi leader ha il merito di tenere alta l’attenzione mediatica e di foraggiare la  consapevolezza delle popolazioni locali. Anche da questa parte dell’Atlantico dovremmo renderci conto che le lotte per l’ambiente e per i diritti dei popoli travalicano i confini immaginari tra stati, e sono questioni che coinvolgono tutti: mantenere alta la nostra attenzione e manifestare la nostra vicinanza a tali lotte e a chi le porta avanti può avere una rilevanza non indifferente.