Chi si occupa di cosa lasciano le guerre

United Nations Development Programme - FlickrCC

I territori di cinquantasei stati al mondo sono contaminati da mine antiuomo. Un elenco a cui si aggiungono le aree del Kosovo, di Nagorno Karabakh, di Somaliland e del Sahara occidentale. Nel 1998 c’erano più di 250 milioni di mine antiuomo accumulate negli arsenali di 108 paesi nel mondo. Un dato che nel 2004 è sceso a 200 milioni in 67 paesi, mentre sono 48 milioni in tutto le scorte distrutte negli ultimi 17 anni dai 162 Paesi che oggi aderiscono al Mine Ban Treaty, l’accordo quadro con cui la comunità internazionale – dal 18 settembre del 1997 – regolamenta e proibisce “l’uso, lo stoccaggio, la produzione e il trasferimento di mine antiuomo”.

A sostegno di questi numeri c’è la costante attività di un’agenzia delle Nazioni Unite. Si chiama UNMAS – acronimo che sta per United Nations Mine Action Service – e collabora con altri 14 dipartimenti, agenzie e programmi delle Nazioni Unite coordinate a dare una risposta alle varie fasi di eliminazione delle mine antiuomo da un territorio contaminato. I progetti UNMAS sono finanziati dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nell’ambito delle missioni di Peacekeeping, ma non solo. L’agenzia ha inoltre a disposizione un fondo – nel 2014 era di 45 milioni di dollari – fatto di contributi volontari di paesi donatori. I progetti di recupero sono attivi in 40 paesi e tre aree , e sono consultabili grazie ad una mappa interattiva in costante aggiornamento.

Le attività di UNMAS sono divise in cinque pilastri fondamentali. Il primo è quello della rimozione delle mine e di residuati bellici e di recinzione delle aree contaminate. Il secondo pilastro è legato a campagne di informazione per sensibilizzare le popolazioni locali sui rischi legati alla presenza di mine ed imparare ad identificare ordigni ed aree a rischio. Il terzo pilastro prevede piani di assistenza per i feriti rimasti coinvolti in esplosioni da residuati bellici e comprende specifici percorsi di recupero professionale e opportunità lavorative. Solo nel 2013 sono stati 2.218 i casi registrati dal Landmine Monitor, l’istituto di vigilanza che si occupa di monitorare i risultati raggiunti dal Mine Ban Treaty. Il quarto pilastro è invece quello preposto alla promozione di “un mondo libero dalla minaccia delle mine e che incoraggi i paesi a partecipare agli accordi internazionali designati a terminare la produzione, il commercio o l’uso di mine”, si legge sul sito dell’agenzia. L’ultimo pilastro è invece quello che si occupa di aiutare i paesi a distruggere le scorte di mine e residuati bellici, secondo i dettami dell’articolo 4 del Mine Ban Treaty.

I numeri dei risultati ottenuti fin qui ci dicono che negli ultimi cinque anni sono state bonificate aree per 973 chilometri quadrati, con la distruzione di un milione e mezzo di mine antiuomo e di 107.000 mine anticarro. Il 75% del totale delle aree ripulite nel 2013 da mine e ordigni bellici si trovano nei territori di Afghanistan, Cambogia e Croazia. Mentre il numero delle vittime nel 2013 è il più basso mai registrato dal 1999 – ovvero da quando il dato è monitorato – con 3.308 casi registrati, il 24% in meno rispetto all’anno precedente. Ad essere maggiormente colpiti dalle mine sono i civili – 79% dei casi – e nel 46% dei casi si tratta di bambini.