Compie 50 anni la marcia di Selma

Amelia boynton Robinson esanime a terra

Amelia Boynton Robinson esanime a terra

50 anni fa il Bloody Sunday americano: era, infatti, domenica 7 marzo 1965 quando fu repressa nel sangue la prima delle  marce da Selma a Montgomery, in Alabama, per i diritti civili. Motivo della protesta, nel quadro delle battaglie per i diritti dei neri in America negli anni ’60, era l’ostruzionismo delle istituzioni locali nel permettere la registrazione dei cittadini di colore nelle liste elettorali.

L’iscrizione nelle liste, vero atto sovversivo per dei cittadini di serie B quali erano considerati i neri negli USA meridionali, non aveva semplicemente provocato l’irritazione delle amministrazioni locali ma anche la violenza dei razzisti bianchi del luogo, furono diversi, infatti, le aggressioni e gli omicidi di attivisti antisegregazionisti.

Stanchi delle continue vessazioni, la Southern Christian Leadership Conference, con a capo Martin Luther King, e altri movimenti come il Dallas County Voters League (DCVL) e lo Student Nonviolent Coordinating Comittee (SNCC) decisero di organizzare una serie di marce da Selma, cittadina in cui erano partite le registrazioni, a Montgomery, la capitale dello Stato. La prima di queste marce si tenne il 7 marzo 1965 e parteciparono circa 600 cittadini guidati dal reverendo Hosea Williams e da John Lewis, leader del SNCC. La polizia, i cui membri erano in maggioranza di chiare simpatie segregazioniste, dopo aver intimato ai manifestanti di fermarsi, li attaccò durante l’attraversamento dell’Edmond Pettus Bridge. Circa un centinaio di poliziotti statali, usando manganelli e lacrimogeni, caricarono i manifestanti, non risparmiando neanche i numerosi anziani che prendevano parte alla marcia. Le immagini delle violente cariche, anche a cavallo, della polizia fecero il giro del mondo sollevando l’indignazione generale. Il presidente Johnson, nel condannare la polizia locale rispose che avrebbe approntato in pochi giorni un provvedimento per garantire il diritto di voto. Alla fine furono più di 70 i manifestanti ricoverati per le lesioni e la foto dell’attivista sessantenne Amelia Boynton, esanime e sanguinante a terra, scosse l’opinione pubblica che ribattezzò la giornata come “Bloody Sunday”.

Il 9 marzo si sarebbe dovuta tenere la seconda marcia ma di fatto questa non riuscì neanche ad iniziare, i 2500 partecipanti furono costretti dalla polizia a tornare indietro all’Edmond Pettus Bridge, sarà la terza marcia, quella del 16 marzo, ad avere maggior successo: più di 8 mila manifestanti, scortati da circa 2mila soldati dell’US Army e altri 2 mila tra agenti federali e soldati della National Guard, percorsero 10 miglia lungo la route 80 guidati dal reverendo Martin Luther King, due rabbini e un prete cattolico. La manifestazione si concluse davanti il municipio di Montgomery il 25 marzo.

Alla vittoria dei manifestanti contribuì, in quei giorni, anche il Voting Rights Act che fu presentato al Senato il 17 marzo. Con questo provvedimento il presidente Lyndon Johnson rendeva illegale la pratica, diffusa in molti Stati del sud, di impedire ai cittadini afroamericani di registrarsi nelle liste elettorali.