l’India che non ti aspetti. Una storia di genere: gli Hirja

Amaresh. Ph. di Viviana Corvaia

Di Viviana Corvaia – L’India che ti aspetti è quella dei colori, degli abiti sontuosi indossati da donne dalla bellezza superba, sottomesse ad un sistema patriarcale ancora troppo dominante. L’India che ti aspetti è quella del traffico caotico e dei clacson; dell’odore pungente di spezie, a volte così forte da farti lacrimare; quella di ogni tipo di animale libero in strada e delle contrattazioni infinite prima di arrivare a concludere un acquisto. L’India che ti aspetti è quella sacra e devota, dei templi ad ogni angolo, delle omelie e delle litanie, delle immagini sacre e mistiche e dei gesti scaramantici. L’india che ti aspetti è quella che riconosci in ogni pensiero già codificato nella mente: strutturato da articoli letti, costruito sulle guide di viaggio, basato sulla visione di documentari e film. Bhubaneswar, è la città più grande dell’Odisha, stato a nord-est dell’India settentrionale conosciuta anche come “The City of Temples” per i suoi innumerevoli templi sparsi. È uno dei territori meno battuti dal turismo internazionale e conserva in sé un’intricata patchwork di storia, un’affascinante cultura tribale e, appena fuori dal centro abitato, una natura incontaminata.

Fra queste strade aggrovigliate dalle fitte e complesse abitazioni, dei mercati e delle baraccopoli si muove un caleidoscopio di anime in cui ogni sfumatura viene codificata, trovando una collocazione abbastanza precisa nell’articolato sistema delle caste: 5 in tutto. Al primo livello si trovano i Bramini (Sacerdoti), al secondo i Kshatryia (guerrieri, Re), al terzo i Vaishya (i mercanti, i contadini), al quarto i Sudra (artigiani) ed al 5 livello gli Intoccabili (spazzini, pulitori di latrine, fuori casta). Fra i Sudra e gli Intoccabili troviamo, senza un assetto preciso, anche gli Hirja, parola Urdu che significa ermafrodita. Sono anime femminili reincarnate in corpi maschili, che con i loro scintillanti sari, il trucco vistoso ed accessori sempre perfettamente coordinati, non sono considerati né uomini né donne. Vengono definiti “transgender”, “travestiti”, “omosessuali” ma in realtà non è possibile limitarsi ad una di queste definizioni perché la loro storia, molto antica e articolata, sfocia su un aspetto mistico e divino. Spesso la loro presenza è richiesta durante funzioni religiose come i matrimoni, in quanto considerate apportatrici di fertilità e abbondanza, o nei festeggiamenti che si tengono alla nascita del figlio maschio come augurio di virilità.

Mi sono imbattuta in diversi Hirja fra le strade di Bhubaneswar, nei villaggi tribali intorno, e sul treno fino a Varanasi. La loro presenza mi ha incuriosito, pertanto ho cominciato a studiare, un mix di ricerca fra articoli on-line ed esperienza faccia a faccia: parlando con loro. Il 15 aprile 2014, la corte suprema Indiana ha riconosciuto il “terzo genere” su documenti come passaporto e patente, ma mi ha sorpreso come fosse proprio l’Odisha la prima regione del paese a dare benefici come la pensione, l’alloggio ed il cibo gratuito, generalmente assegnati solo alle categorie più svantaggiate.

La mancata opportunità d’accesso ad un istruzione libera e ad impieghi statali, ha infatti significato per molti Hirjas (o Hinzada in oriya) essere costretti a vivere di elemosina e prostituzione. “Le cose stanno piano piano cambiando, prima vivevo di elemosina, ora lavoro guidando il tuk- tuk e facendo la muratrice” racconta Amaresh. La incontro per strada, ha 40 anni ed è sposata. Fatica da matti alzando pietre, mattoni e calce ma non respinge le mie domande e si mette in posa, elegante e orgogliosa, per una foto. L’India che non ti aspetti è tutt’altro, e nel suo infinito e complesso sistema ha sempre in sé la capacità di stravolgere ogni idea stereotipata nella mente lasciando spazio e nuove visioni.