Da Impastato a Jan Karski, il realismo a fumetti di Bonaccorso al Rosso Comics

“Non ce ne rendiamo conto, ma di storie ne raccontiamo a migliaia. Viviamo di storie, tanto che secondo gli aborigeni se l’uomo smettesse di raccontarle il mondo finirebbe”. Lelio Bonaccorso è un fumettista e illustratore siciliano e di storie se ne intende parecchio: le sue narrazioni si impongono tra schizzi di acquerelli e china e colpi di matita, e pronunciata da lui questa frase sembra valere il doppio. Bonaccorso è stato il primo protagonista di “Rosso comics”, la rassegna proposta dal circolo Arci “Porco Rosso” , in collaborazione con le associazioni Mirada e Maghweb, che si pone lo scopo ambizioso di indagare alcune tra le più interessanti esperienze sul fumetto nel territorio nazionale e che proporrà diversi appuntamenti e incontri con fumettisti fino all’8 aprile – il prossimo, sabato 11 marzo, durante il quale verrà presentato Graphic News, il primo portale di informazione a fumetti (tutte le info sull’evento qui: http://bit.ly/2m9vKC5)-. Stimolato dalle domande di Giulia Gianguzza e dei ragazzi presenti alla rassegna, Lelio ha svelato molto di sé: tanti gli aneddoti sui lavori che lo hanno portato in giro per il mondo e sui personaggi che lo hanno ispirato facendolo conoscere in tutta Italia.

Lelio ci ha messo un po’ a trovare la sua strada, come lui stesso racconta, ma il percorso in fondo era già tracciato: “Ho iniziato gli studi all’Istituto d’Arte a Messina, studiavo oreficeria, non c’erano scuole di fumetto al sud. Poi ho pensato di ripiegare iscrivendomi all’Accademia di Belle Arti, ma anche da lì sono andato via perché non era quello che in realtà volevo fare. Ho provato con Architettura e la storia si è ripetuta”. Nel frattempo sono arrivate le prime avventure editoriali: “Con mio cugino abbiamo realizzato un fumetto e siamo andati in giro a mostrarlo, prendendo calci nel sedere: eravamo degli autodidatti”, racconta Bonaccorso. L’esperienza comunque è stata utile, in quell’occasione ha conosciuto dei ragazzi che quell’anno avrebbero aperto a Palermo una scuola di fumetto dove avrebbero insegnato fumettisti palermitani dai quali ha imparato come si realizza un fumetto.

Quello del fumettista, spiega Bonaccorso, è un mestiere molto complesso: si devono avere conoscenze che vanno dall’anatomia funzionale, per far muovere un personaggio in uno spazio e in tante pagine, alla prospettiva. E ancora, vanno studiate scenografia e storytelling: uno studio che forma professionalmente a 360°, anche su come presentarsi ad un editore.

Ma è di Marco Rizzo che Lelio parla spesso e del rapporto che li lega da molti anni. Rizzo è fumettista, giornalista e sceneggiatore, la collaborazione tra i due ha dato vita a importanti volumi: “Con Marco condividiamo molte idee e un percorso comune, è molto stimolante lavorare con lui. E’ stato Peppino Impastato. Un giullare contro la mafia (BeccoGiallo, Ankama, Sylvester) il nostro primo progetto lungo, un graphic novel uscito nel 2009 dopo la nostra esperienza a Cinisi a casa di Peppino”. I due autori hanno raccontato assieme storie vere o verosimili: The Passenger è l’ultimo lavoro, edito nel 2016 da Tunuè, un thriller metropolitano che indaga sui lati oscuri dell’ultimo ventennio italiano, sullo scenario di una Palermo notturna e misteriosa; mentre con Jan Karski. L’uomo che scoprì l’Olocausto (Rizzoli-Lizard, Steinkis, Alteir), che racconta la  storia del partigiano polacco che nel 1943 denunciò a Churchill e a Roosevelt gli orrori della Shoah senza essere creduto, hanno vinto in Francia il prestigioso Premio “Cezam” e si sono trovati anche a partecipare al Forum Economico Europeo: “Una situazione surreale – ricorda Lelio -. Ci chiedevamo perché due fumettisti siciliani erano stati invitati ad un incontro con ambasciatori e presidenti di governi dell’est Europa. Abbiamo scoperto che in un Paese che vive ancora il dramma del post-guerra, un fumetto storico realizzato da due stranieri aveva acceso un dibattito pazzesco”. 

Peppino Impastato è stato un lavoro importante nella carriera del fumettista di origine messinese, “un’esperienza di un impatto molto forte, sia perché era il mio primo libro – prima avevo fatto altri piccoli lavori – sia perché raccontavamo la storia di una persona e in questi casi hai a che fare con l’intimità. Avevo disegnato Giovanni Impastato e mi chiedevo se gli piacesse la mia interpretazione. Il lavoro alla fine gli era piaciuto parecchio. Volevo conoscere la figura di Badalamenti per raccontarlo in maniera credibile e Giovanni Impastato mi aveva dato dei dettagli interessanti”. Un lavoro di ricerca continuo, che punta al realismo, quello descritto da Lelio, che prima di iniziare a disegnare ogni personaggio si documenta su ogni dettaglio per cercare di avere più dettagli possibili e arricchire le sue narrazioni. Quando gli chiedono se si sia trovato meglio a lavorare su sceneggiature di storie vere oppure su quelle astratte, svela che preferisce le storie di personaggi che sono esistiti e dei quali riesce percepire le emozioni, mentre inventare da zero un personaggio è molto più difficile. “Nel caso di storie come quella di Peppino Impastato però si può correre il rischio di caricare i protagonisti di photos, farli diventare macchiette e di conseguenza allontanare i lettori. E’ stato molto più difficile lavorare su Che Guevara, quella è un’icona e questo culto della personalità diventa una cosa distante e aliena, a me piace che ci sia realismo in quello che rappresentiamo”.

Lelio non ha mai pensato che una realtà come quella siciliana possa essere limitante per la sua carriera e anzi racconta come oggi la maggior parte dei contatti con editori e committenti avvengano per via telematica: non è fondamentale vivere in una grande città, ma importantissimo partecipare alle fiere per confrontarsi e conoscere altri colleghi, oltre che per proporre i propri prodotti editoriali. La Sicilia tra l’altro è piena di fumettisti che hanno scelto di vivere e rimanere nella propria terra e per Lelio è stata sin dagli inizi fonte di ispirazione e contenitore di grandi storie. “Abbiamo una vera e propria tradizione del fumetto siciliano, se ci pensiamo è sempre esistito: è il cunto, una voce narrante che ti racconta quello che c’è nelle vignette. Noi che siamo un popolo che ha dovuto tramandare tante storie, anche tramite la gestualità, a partire quelle dei tanti popoli che attraverso la migrazione hanno a vario modo trasformato e arricchito la Sicilia”.

Per Bonaccorso il fumetto è una forma d’arte molto elevata, “un fumettista deve poter vivere disegnando, ma deve anche rispettare il ruolo etico dell’arte, per non mercificare l’immagine a fini commerciali e basta”.