Amnesty: “Dietro le azioni politiche c’è mancanza di cultura”. Da Palermo una voce per Del Grande

“A differenza di tante città italiane Palermo sta facendo un cammino immenso nel campo dei diritti. Da città al centro del Mediterraneo e del più grande fenomeno migratorio che si sia mai verificato negli ultimi secoli, ha saputo aprirsi ai migranti e a chiunque sia diverso per cultura e per religione. È una città in cui cresce la tolleranza e in cui c’è una progettualità politica che vuole fare della migrazione un’opportunità e non un problema. Si è guadagnata da sola il ruolo di capitale dei diritti umani nel Mediterraneo”.  È il commento di Gianni Rufini, Direttore Amnesty International Italia che proprio nel capoluogo siciliano terrà la sua XXXII Assemblea generale, il massimo momento deliberativo dell’Organizzazione per la tutela dei diritti umani. Con Rufini, ospite di una Panormus primaverile ed accogliente, c’è Riccardo Noury, il portavoce Amnesty che all’interno degli spazi di approfondimento sui diritti violati (“Diritti in cantiere”, in programma da oggi fino al 23 aprile presso i Cantieri Culturali alla Zisa ) farà il punto sulla vicenda di Gabriele Del Grande,  lo scrittore e documentarista italiano detenuto in Turchia dal 9 aprile.  Sabato con un’iniziativa in suo favore anche da Palermo si alzerà una voce che ne chieda l’immediato rilascio. “Al momento la situazione è molto critica e siamo molto preoccupati. – spiega Noury – Ma come Del Grande, sono migliaia i cittadini di tutto il mondo sottoposti a detenzioni illegali e arbitrarie, a torture, maltrattamenti e sparizioni forzate”.

Eppure il vocabolario delle parole utilizzate per denunciare le violenze compiute in ogni parte del mondo ha esaurito ogni termine possibile a furia di colpire, scioccare, indignare. Siamo in una fase di assuefazione?

Ci si abitua al male, alla riduzione degli spazi di libertà e alla negazione dei diritti, come per esempio le politiche antiterrorismo stanno facendo in tutti i paesi occidentali. – risponde Rufini – Si produce un effetto di assuefazione. Basta pensare a quanto sia povera e scarsa la reazione del pubblico europeo alla tragedia della guerra in Siria, quando, negli anni 90, episodi simili come la guerra civile in Ruanda la crisi dei Grandi Laghi o quella in Afghanistan, sollevavano una grande reazione e partecipazione solidale. Ci si abitua al linguaggio razzista discriminatorio, a quello di Salvini come a quello di Trump. In questo marasma di informazione contraddittoria, con tantissime notizie false in circolo, diventano fondamentali eventi e manifestazioni che richiamino l’attenzione dei cittadini sul problema. La natura della società in cui viviamo ce lo impone. È importante che il mondo della cultura si mobiliti come ha sempre fatto fin dal ‘700 per sensibilizzare: l’azione di personaggi di un certo spessore può lasciare il segno nell’opinione pubblica.

In Italia c’è un popolo consapevole dei diritti violati nelle altre aree del mondo?

“È consapevole a fasi alterne, dipende dai periodi storici. – spiega Noury – Forse siamo nel periodo di minore consapevolezza e questo può dipendere dalla stampa. Se i giornali avessero più pagine dedicate alle politiche estere i quotidiani verrebbero letti molto meno ma conosceremmo bene quali sono i motivi che spingono i popoli a migrare, le dinamiche che li mettono fuga. Non saremmo aggiornati solo sulla conta dei naufragi.”

Amnesty Italia ha aderito a “In Difesa Di” una rete di organizzazioni e associazioni italiane attive sui diritti umani . I difensori dei diritti hanno bisogno di essere difesi?

“I difensori dei diritti umani sono diventati dei nemici per quei  poteri di stato che vogliono ridurre lo spazio dei diritti umani dei cittadini – è il commento di Rufini – C’è da una parte, a volte, malafede, in altri casi c’è un’ingenuità politica che porta l’establishment a pensare che limitare i diritti serva ad acquisire un maggiore controllo sulla società e possa dare più sicurezza. È una condizione intrinseca alle recenti politiche antiterrorismo che si stanno avviando in molti paesi, compreso il nostro.”

Si riferisce al decreto Minniti?
“Certo. Privare dei propri diritti i migranti è un modo per rispondere ad un problema che non si sa come risolvere. Manca quel minimo di inventiva, di idealità e di missione che la politica dovrebbe avere. Ridurre lo spazio di libertà è diventato un metodo. E tutto ciò non porta risoluzioni ma crea casi ancora più difficili da risolvere a causa della conseguente discriminazione, ghettizzazione per gruppi etnici e religiosi. Crea solo divisione nella società: noi-contro-loro. Dietro le azioni politiche dei nostri giorni oggi c’è mancanza di cultura perché non si è capito ancora che espandere i diritti a tutti, soprattutto a quei cittadini che li hanno sempre avuti negati, è l’unica soluzione per privare di consistenza i fondamentalismi e tutti quegli ideali che generano politiche folli di cui noi tutti paghiamo il costo”.