226 omicidi in un anno: la guerra contro i leader sociali in Colombia

Nel 2016 il governo colombiano ha ufficialmente messo la parola fine al conflitto politico e civile che per oltre 50 anni ha insanguinato il paese, firmando un accordo con il più grande gruppo armato del paese: le FARC (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia). Tuttavia gli accordi di pace non hanno frenato le uccisioni dei leader sociali, tutt’altro: secondo Indepaz (Instituto de Estudios para el Desarollo y la Paz) sono aumentate vertiginosamente negli ultimi due anni, raggiungendo il picco massimo nel 2018, anno in cui la conta è arrivata a ben 226 assassinati.

Ma chi sono i leader sociali? Sono figure attorno alle quali si sviluppano movimenti di difesa e di rivendicazione che, a seconda del contesto, prendono diverse forme: dai movimenti campesinos per la liberazione della terra e la resistenza al modello economico imperante, ai movimenti femministi o ambientalisti, alle rivendicazioni dei diritti delle comunità afro-discendenti. Uno degli ultimi assalti – fortunatamente fallito – ai difensori dei diritti umani ha avuto come obiettivo militare Francia Marquez Mina, attivista afro-colombiana, femminista e vincitrice del premio Goldman nel 2018 (considerato il “Nobel per l’ambiente”) per la sua battaglia contro le estrazioni illegali nella zona nord della regione del Cauca. La lideresa ha subìto un attacco qualche settimana fa mentre preparava, al tavolo con altri attivisti, un incontro col governo colombiano e queste sono le dichiarazioni che ha rilasciato immediatamente dopo l’attentato attraverso il suo account Twitter: “Con gli afrocolombiani del Nord Cauca stavamo preparando un incontro per i colloqui nel quadro degli accordi con la Minga e siamo stati attaccati con armi da fuoco e granate, abbiamo due uomini dell’UNP gravemente feriti”.

Per provare a capire di più rispetto al momento che si sta vivendo nel paese sudamericano e al recrudescente fenomeno degli attentati agli “agitatori sociali” abbiamo raggiunto un’attivista della Red Feminista Antimilitarista di Medellìn e ne abbiamo parlato con lei.

 

Ci ha chiesto di mantenere l’anonimato per chiare ragioni di sicurezza, motivo per cui non attribuiremo un nome e un cognome a queste dichiarazioni.

 

“Lo scenario dal 2012 fino al 7 agosto 2018 (N.d.R. Data di elezione dell’attuale Presidente della Colombia, Iván Duque Márquez) per l’intero paese è stato caratterizzato da una ventata di speranza dovuta al fatto che uno dei conflitti armati più antichi e aspri tra lo Stato colombiano e la guerrilla delle FARC-EP volgeva al termine. Questo fatto ha messo movimenti sociali, femministi, di contadini e indigeni nella condizione di elaborare nuovi possibili scenari futuri di pace nei territori dove storicamente sono sempre stati presenti conflitto e crisi umanitarie; tuttavia uno dei timori, che in questo periodo si è tradotto in una domanda costante che questi movimenti si sono posti, è stato: “Quale sarà la strategia dello Stato per raggiungere ed entrare di diritto in quei territori dove prima c’erano le FARC? Cosa faranno le forze politiche per evitare rappresaglie da parte dei gruppi paramilitari? Cosa faranno per garantire i diritti umani a quelle comunità che hanno convissuto per decadi con la guerrilla dentro casa?”
Inoltre questi territori in lotta entrerebbero in una fase di consolidamento democratico se solo il governo eletto rispettasse l’accordo di pace firmato e ne garantisse l’applicazione. Purtroppo il governo condotto da Ivan Duque, leader del partito di estrema destra “Centro Democratico”, sta cercando di portare alla stagnazione i processi di disarmo e di pace, aprendo a scenari di nuova conflittualità, in territori dove al plebiscito (N.d.R. con questo termine in Colombia si indica il referendum che il 2 ottobre del 2016 chiamò il popolo a decidere se il governo dovesse o meno firmare gli accordi di pace con il gruppo guerrillero delle FARC. La consultazione vide affermarsi di un soffio chi si riteneva contrario a questi accordi di pace) il “si” raggiunse quasi l’80% dei consensi”.

 

Perché c’è stato un aumento di assassinii di uomini e donne, leader sociali, durante gli ultimi due anni?

 

“Sono state formulate varie ipotesi riguardo all’avanzata del paramilitarismo mafioso nei territori come il Cauca, una criminalità mafiosa tentacolare, forte e allarmante, specie in due sub-regioni dell’Antioquia: Nord e Bajo Cauca. L’attuale contesto presenta una accesa conflittualità frontaliera con presenza di gruppi ancora armati dell’EPL (Esercito Popolare di Liberazione, frangia marxista-leninista della guerriglia insurrezionalista, la terzogenita) e delle FARC-EP, così come la presenza di plotoni dell’ELN (Esercito di Liberazione Nazionale, la più antica sigla della guerrilla colombiana), che stanno valutando il dialogo, che è però al momento congelato da parte del governo colombiano in ragione di un attentato a un’accademia di polizia avvenuto nella capitale del paese.

 

Una delle ipotesi è che la presenza armata dell’ELN in questi luoghi sia meramente legata alla volontà di controllo del territorio, facendo perdere importanza al fattore politico e lasciando spazio a una disputa territoriale con le altre frange paramilitari che invece dal canto loro hanno assoluto interesse a mantenere intatti, e magari accrescere, i propri introiti derivanti dalle colture illegali. Un’altra ipotesi è quella legata alla volontà di riconfigurare il paramilitarismo come fenomeno dissidente e di carattere politico, come un attore armato indipendente all’interno del conflitto. Aspetto questo che è possibile smentire nella misura in cui questo fenomeno non ha oggi nessuna connessione col progetto nazionale anti-comunista; infatti il paramilitarismo mantiene vivo il proprio interesse verso il controllo del territorio e delle risorse, finalizzato al mero arricchimento e al profitto capitalista. L’assenza cronica dello stato, la corruttibilità dei funzionari pubblici e l’impossibilità della democratizzazione del paese in tutti i suoi territori garantiscono loro, e garantiranno, di mantenere il potere e di continuare ad esistere e a proliferare.

 

In questo contesto è possibile dare una lettura di quello che rappresentano per il paese i leader sociali. Soggettività e gruppi che hanno scommesso fortemente sul plebiscito e sulla pace sociale in Colombia. Per i gruppi paramilitari che oggi nutrono maggiore interesse per i propri introiti che per l’ideologia di destra o sinistra, e che sono però funzionali a un governo antidemocratico come quello che attualmente governa la Colombia, i leader sociali e le organizzazioni di attivisti costituiscono un grosso rischio, un pericoloso nemico. Un nemico che ha mostrato grande determinazione a sostituire le coltivazioni illegali mettendo a repentaglio le economie paramilitariste.

Al contempo, alla minaccia costante diretta ai leader che premono per la sostituzione delle coltivazioni illegali, si somma il carattere repressivo delle forze dello Stato contro tutte le comunità indigene che oggi si levano contro l’industria mineraria su larga scala e contro le politiche di estrazione mineraria che il governo pensa di adottare. Questi leader costituiscono una minaccia per gli interessi globali e per le élite militari regionali che, assieme ai gruppi paramilitari, si sono arricchite illegalmente. 
In conclusione il conflitto armato oggi è legato al controllo di questi territori e dei proventi legali e illegali da essi ricavabili. In questo modo i leader di comunità, ambientali e sociali, si tramutano in un ostacolo per i paramilitari e i criminali mafiosi, cosicché il motivo principale per il quale vengono uccisi è che sono un rischio per gli affari.

In questo contesto viene meno persino la storica stigmatizzazione politica dei leader sociali, quella che per anni sono stati aggrediti o isolati per la loro vicinanza o meno a iniziative di sinistra, e quindi antigovernative. Adesso la posizione politica passa in secondo piano, perché vengono assassinati leader sociali a prescindere che condividano o meno idee di sinistra, ma si attenta alla loro vita perché costituiscono una minaccia al controllo territoriale e alle mire economiche legali dello stato e illegali della criminalità mafiosa.”

 

Il quadro che viene fuori dalle parole appena lette potrebbe suonarci vecchio, come qualcosa ormai lontano dal nostro quotidiano, ma che in realtà non è troppo dissimile dall’Italia di qualche decennio fa, dalla Cinisi di 41 anni fa, da quei morti oggi erti ad eroi nazionali, annualmente ricordati nelle 24 ore di rito, ma all’epoca tutt’altro che acclamati dall’opinione pubblica.

 

La chiosa finale (fonte: El Espectador, 4 maggio 2019) ci sembra giusto lasciarla alle parole di Francia Marquez Mina, alle parole di una sopravvissuta.

 

Non è facile. Uno viene in questo mondo per qualcosa. Ogni persona ha una ragione per essere. Nel mio cuore stavo combattendo per i diritti delle comunità afro, per i miei diritti come donna afro-discendente, per il territorio e per la vita. Penso di essere destinata a fare questo. Non so se morirò domani o quando, ma sono tranquilla nel fare ciò che voglio fare. Mi sono abituata a fare le cose per la comunità. Il messaggio per i leader è che non è facile ma neanche impossibile. Qualcuno deve guidare la lotta.  

 

© Foto Maghweb – Medellìn, 6 luglio 2018 – Fiaccolata internazionale per i leader sociali uccisi in Colombia